The Exequy (Le esequie) – Henry King

… Stay for me there, I will not fail
To meet thee in that hollow vale.
And think not much of my delay;
I am already on the way…

… Aspettami lì, non mancherò
Di incontrarti in quella valle vuota.
E non pensare troppo al mio ritardo;
Sono già in cammino…

Henry King (1592 – 1669), poeta e vescovo di Chichester, fu caro amico del poeta John Donne. Scrisse vari poemi, sermoni ed elegie. Per sua moglie Anne, morta prematuramente a soli 24 anni, scrisse questa poesia in cui esprime tristezza ma anche grande tenerezza, con la speranza di ricongiungersi a lei nell’Aldilà.
La poesia viene citata da Edgard Allan Poe come epigrafe in apertura al racconto ‘L’appuntamento’.
Viene anche menzionata nel film “Le cose che non ti ho detto” di William Nicholson.

The Exequy

Accept, thou shrine of my dead saint,
Instead of dirges, this complaint;
And for sweet flow’rs to crown thy hearse,
From thy griev’d friend, whom thou might’st see
Quite melted into tears for thee.

Dear loss! since thy untimely fate
My task hath been to meditate
On thee, on thee; thou art the book,
The library whereon I look,
Though almost blind. For thee (lov’d clay)
I languish out, not live, the day,
Using no other exercise
But what I practise with mine eyes;
By which wet glasses I find out
How lazily time creeps about
To one that mourns; this, only this,
My exercise and bus’ness is.
So I compute the weary hours
With sighs dissolved into showers.

Nor wonder if my time go thus
Backward and most preposterous;
Thou hast benighted me; thy set
This eve of blackness did beget,
Who wast my day (though overcast
Before thou hadst thy noon-tide past)
And I remember must in tears,
Thou scarce hadst seen so many years
As day tells hours. By thy clear sun
My love and fortune first did run;
But thou wilt never more appear
Folded within my hemisphere,
Since both thy light and mot{“i}on
Like a fled star is fall’n and gone;
And ‘twixt me and my soul’s dear wish
An earth now interposed is,
Which such a strange eclipse doth make
As ne’er was read in almanac.

I could allow thee for a time
To darken me and my sad clime;
Were it a month, a year, or ten,
I would thy exile live till then,
And all that space my mirth adjourn,
So thou wouldst promise to return,
And putting off thy ashy shroud,
At length disperse this sorrow’s cloud.

But woe is me! the longest date
Too narrow is to calculate
These empty hopes; never shall I
Be so much blest as to descry
A glimpse of thee, till that day come
Which shall the earth to cinders doom,
And a fierce fever must calcine
The body of this world like thine,
(My little world!). That fit of fire
Once off, our bodies shall aspire
To our souls’ bliss; then we shall rise
And view ourselves with clearer eyes
In that calm region where no night
Can hide us from each other’s sight.

Meantime, thou hast her, earth; much good
May my harm do thee. Since it stood
With heaven’s will I might not call
Her longer mine, I give thee all
My short-liv’d right and interest
In her whom living I lov’d best;
With a most free and bounteous grief,
I give thee what I could not keep.
Be kind to her, and prithee look
Thou write into thy doomsday book
Each parcel of this rarity
Which in thy casket shrin’d doth lie.
See that thou make thy reck’ning straight,
And yield her back again by weight;
For thou must audit on thy trust
Each grain and atom of this dust,
As thou wilt answer Him that lent,
Not gave thee, my dear monument.

So close the ground, and ‘bout her shade
Black curtains draw, my bride is laid.

Sleep on my love in thy cold bed
Never to be disquieted!
My last good-night! Thou wilt not wake
Till I thy fate shall overtake;
Till age, or grief, or sickness must
Marry my body to that dust
It so much loves, and fill the room
My heart keeps empty in thy tomb.
Stay for me there, I will not fail
To meet thee in that hollow vale.
And think not much of my delay;
I am already on the way,
And follow thee with all the speed
Desire can make, or sorrows breed.
Each minute is a short degree,
And ev’ry hour a step towards thee.
At night when I betake to rest,
Next morn I rise nearer my west
Of life, almost by eight hours’ sail,
Than when sleep breath’d his drowsy gale.

Thus from the sun my bottom steers,
And my day’s compass downward bears;
Nor labour I to stem the tide
Through which to thee I swiftly glide.

‘Tis true, with shame and grief I yield,
Thou like the van first took’st the field,
And gotten hath the victory
In thus adventuring to die
Before me, whose more years might crave
A just precedence in the grave.
But hark! my pulse like a soft drum
Beats my approach, tells thee I come;
And slow howe’er my marches be,
I shall at last sit down by thee.

The thought of this bids me go on,
And wait my dissolution
With hope and comfort. Dear (forgive
The crime) I am content to live
Divided, with but half a heart,
Till we shall meet and never part.

{Henry King – The Exequy}

Le esequie

Accetta, o sepoltura della mia defunta santa,
Al posto di canti funebri funebri, questa lamentazione;
E al posto di dolci fiori per adornare il tuo feretro,
Dall’amico afflitto, che tu potresti vedere
Completamente sciolto in lacrime per te.

Cara perdita! dalla tua prematura fine
Il mio compito è stato meditare
Su di te, su di te; tu sei il libro,
La biblioteca su cui guardo,
Sebbene quasi cieco. Per te (amata argilla)
Languisco il giorno, non vivo,
Usando nessun altro esercizio
Se non quello che pratico con i miei occhi;
Attraverso questi vetri bagnati scopro
Quanto lentamente il tempo striscia
Per chi piange; questo, solo questo,
È il mio esercizio e compito.
Così calcolo le ore stanche
Con sospiri dissolti in piogge.

E non meravigliarti se il mio tempo passa così
All’indietro e in modo strano;
Tu mi hai oscurato; il tuo tramonto
Ha generato questa sera di oscurità,
Tu che eri il mio giorno (sebbene coperto
Prima che tu avessi passato il tuo mezzogiorno)
E devo ricordare tra le lacrime,
che tu non avevi visto tanti anni
Quanto i giorni contano le ore. Dal tuo chiaro sole
Il mio amore e fortuna sono iniziati;
Ma tu non apparirai mai più
Ripiegato dentro il mio emisfero,
Poiché sia la tua luce che il tuo movimento
Come una stella fuggita è caduta e andata;
E tra me e il mio caro desiderio dell’anima
Ora si è interposta una terra,
Che crea un’eclissi così strana
Come mai è stata letta in un almanacco.

Potrei permetterti per un po’ di tempo
Di oscurare me e il mio triste clima;
Se fosse un mese, un anno, o dieci,
Vivrei il tuo esilio fino ad allora,
E tutto quel tempo rinvierei la mia gioia,
Così tu prometteresti di tornare,
E togliendoti il tuo cinereo sudario,
Alla fine disperderesti questa nube di dolore.

Ma guai a me! la data più lunga
È troppo stretta per calcolare
Queste speranze vuote; mai sarò
Così benedetto da vedere
Un tuo bagliore, fino al giorno in cui
La terra sarà ridotta in cenere,
E una feroce febbre dovrà calcinare
Il corpo di questo mondo come il tuo,
(Il mio piccolo mondo!). Una volta superata Quella fitta bruciante, i nostri corpi aspireranno
Alla beatitudine delle nostre anime; allora ci alzeremo
E ci vedremo con occhi più chiari
In quella regione calma dove nessuna notte
Può nasconderci dalla vista reciproca.

Nel frattempo, tu hai lei, terra; tanto bene
Possa il mio danno farti. Poiché è stata la volontà del cielo che non potessi chiamarla
Più a lungo mia, ti do tutto
Il mio breve diritto e interesse
In lei che ho amato al meglio da viva;
Con un dolore molto libero e generoso,
Ti do ciò che non ho potuto trattenere.
Sii gentile con lei, e per favore guarda
Che tu scriva nel tuo libro del giudizio
Ogni parte di questa rarità
Che giace nel tuo scrigno.
Assicurati di fare il tuo conto corretto,
E rendila di nuovo in peso;
Poiché dovrai rendere conto di questo prestito
Ogni granello e atomo di questa polvere,
Come risponderai a Lui che te l’ha prestata,
Non data, mio caro monumento.

Così chiudi la terra, e intorno alla sua ombra
Tira tende nere, la mia sposa è deposta.

Dormi amore mio nel tuo freddo letto
Mai più disturbata!
Il mio ultimo buonanotte! Non ti risveglierai
Finché io non raggiungerò il tuo destino;
Fino a che età, o dolore, o malattia non dovranno
Sposare il mio corpo a quella polvere
Che tanto ama, e riempire lo spazio
Che il mio cuore tiene vuoto nella tua tomba.
Aspettami lì, non mancherò
Di incontrarti in quella valle vuota.
E non pensare troppo al mio ritardo;
Sono già in cammino,
E ti seguo con tutta la velocità
Che il desiderio o i dolori generano.
Ogni minuto è un piccolo grado,
E ogni ora un passo verso di te.
La notte quando mi metto a riposare,
La mattina successiva mi alzo più vicino al mio tramonto
Della vita, quasi di otto ore di vela,
Di quando il sonno ha soffiato il suo vento sonnolento.

Così dal sole la mia base si dirige,
E la bussola del mio giornata punta verso il basso;
Né mi sforzo di contrastare la marea
Attraverso cui verso te scivolo velocemente.

È vero, con vergogna e dolore cedo,
Tu per prima hai preso il campo,
E hai ottenuto la vittoria
In avventurarti così a morire
Prima di me, i cui anni più numerosi potrebbero richiedere
Una giusta precedenza nella tomba.
Ma ascolta! il mio battito come un tamburo morbido
Segna il mio avvicinamento, ti dice che sto arrivando;
E per quanto siano lenti i miei passi,
Alla fine mi siederò accanto a te.

Il pensiero di questo mi invita a proseguire,
E attendere la mia dissoluzione
Con speranza e conforto. Cara (perdona
Il crimine) sono contento di vivere
Diviso, con solo metà del cuore,
Fino a che ci incontreremo e mai ci separeremo.

{Henry King – Le esequie}

FONTI E RIFERIMENTI:

https://poemanalysis.com/henry-king/the-exequy/

https://en.wikipedia.org/wiki/Henry_King_(poet)


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